CARTA – ottobre 2005

Posted on by on marzo 1st, 2005 | 0 Comments »

“IL SOGNO DI RADA”
di Mario Boccia (testo e foto)

“Il sogno di Rada? Non mi piace come titolo, non è un sogno e non è solo mio. Quando si sogna insieme, il sogno diventa l’inizio di una nuova realta’. Capisci? Per questo la nostra cooperativa si chiama INSIEME”.

RADA è una donna di Mostar che ora vive a Sarajevo, dopo essere passata per Belgrado. Quindici anni della sua vita coincidono con le lotte delle “donne in nero” contro la guerra in ex-Jugoslavia.

IL SOGNO era quello di fare lavorare insieme donne vittime di opposti nazionalismi (loro li chiamano “fascismi”) in un capannone di 2000 metri quadri a BRATUNAC, cinque chilometri da SREBRENICA. Un luogo dove la ragione si è addormentata e mostri e orrore sono entrati in tutte le famiglie.

LA REALTA’ è che ora donne di età e culture diverse, coltivano, raccolgono, congelano ed esportano frutti di bosco, soprattutto LAMPONI.

Oltre che stupido, sarebbe difficile distinguere una musulmana da una serba. Sono vedove, profughe ritornate, capo-famiglia, lavoratrici, professioniste: donne di Bosnia, di nuovo “INSIEME”.

 

DIDASCALIE DELLE FOTO:

“Maya e Nermina, agronome”

NERMINA (la bruna) ha ventisei anni. Nel 2002 e’ tornata a BRATUNAC, con la madre. Il padre e’ uno tra le migliaia di uomini finiti nelle fosse comuni. A meta’ del 92 i musulmani bosniaci fuggirono a SREBRENICA, protetta dall’ONU. Nello stesso periodo anche molti serbi scapparono per allontanarsi dalle zone degli scontri piu’ duri. MAIA (la bionda) ha trent’anni. Era disoccupata e quello alla cooperativa e’ il primo lavoro stabile della sua vita. Chi conosce la BOSNIA e l’origine dei nomi puo’ capire subito chi delle due e’ “serba” e chi “musulmana”. Ma e’ piu’ importante sapere che sono amiche.

 “Nermina”

NERMINA controlla lo stato di salute di piccole piante di more nel vivaio della cooperativa. Poi le piantine verranno date ai soci che le sistemeranno sulla loro terra e, dopo il raccolto, porteranno i frutti in fabbrica per il congelamento. Bratunac e’ una grande area agricola tra la Drina e le colline, frazionata in piccoli appezzamenti. Fino al 1991 qui si producevano oltre 1500 tonnellate all’anno di Lamponi e quasi altrettante di more, mirtilli e fragole.

“Skender e Nermina”

SKENDER  e’ di Tuzla (un po’ montenegrino e con un nome di origine albanese).
E’ l’unico bosniaco che conosco che non ha mai fumato una sigaretta in vita sua. Non ha mai lasciato la Bosnia durante la guerra. Dire che e’ il direttore della Cooperativa non basta. Di formazione e’ ingegnere ma inizia a lavorare come autista per l’ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà) nel 95. Poi resiste alla chiusura dei progetti in Bosnia di ICS e tiene in piedi da solo la sede di Sarajevo, dove incontra Rada. E’ un motore lento che non si ferma mai. Bene prezioso.

 “i motori dei frigoriferi”

I MOTORI sono il cuore dell’impianto di surgelamento e l’orgoglio e la preoccupazione della cooperativa, perche’ rappresentano il grosso del debito accumulato. Nei magazzini la temperatura e’ di -18 gradi. In quella dove le operaie puliscono i frutti prima dell’imballaggio definitivo e’ di – 5.

 “Il capannone dello stabilimento”

IL CAPANNONE della cooperativa “INSIEME”, dopo la ristrutturazione. Nel comune di Bratunac la pulizia etnica durante la guerra si e’ accanita anche sulle proprieta’ del “nemico”: 4221 case su 5205 sono state distrutte o danneggiate gravemente.

 “Pedja, con una scatola di lamponi”

PEDJA è un operaio specializzato, tecnologo esperto di impianti di congelamento. Prima della guerra una cooperativa statale, che ora non esiste piu’, provvedeva a tutte le fasi della lavorazione.

 “il nastro trasportatore”

Il tasso di rientro dei profughi nel comune di Bratunac e’ sensibilmente piu’ alto che in altre zone. Merito e’ anche della cooperativa “INSIEME” e del clima positivo che ha creato. “Senza lavoro non si puo’ vivere” c’e’ scritto nel loro depliant. “Non basta ricostruire moschee”, aggiunge un operaia musulmana.

 “Senad”

SENAD e’ uno dei pochi operai uomini che lavora nella cooperativa come operaio semplice. Anche lui e’ un profugo-ritornato. Ha 26 anni e un figlio di dieci mesi. Quando ha dovuto costruirsi la casa da solo, tutta la cooperativa lo ha aiutato (e’ la prima cosa che ti dice).

 “primo piano operaia”

La coltivazione e lavorazione dei lamponi non richiede una grande forza fisica e puo’ essere praticata anche da donne sole e da famiglie con membri anziani. Una famiglia puo’ diventare economicamente autonoma e progettare di rimanere.

“Slavica”

SLAVICA e’ cresciuta e vive proprio di fronte alla fabbrica. I lamponi trasformano la parola ritorno  nella parola restare. Ogni pianta dara’ frutti per almeno dieci anni. Il gradino successivo sara’ riuscire a produrre marmellate e altri prodotti finiti, secondo ricette tradizionali.

 “Beba”

BEBA e’ una giovane donna ritornata con tre figli.

Tra i sostenitori del progetto della cooperativa ci sono comuni, associazioni, ong e universita’ italiane, oltre a tante organizzazioni bosniache, tra le quali quella delle “madri di Srebrenica” e quella delle “donne dell’area della Drina”.

 “operaie al lavoro”

Nonostante l’alto valore sociale (e morale) della cooperativa, per partecipare a corsi di aggiornamento e visite ad impianti analoghi in Italia, gli interessati devono fare umilianti file all’ambasciata italiana di Sarajevo per il visto, anche dalle cinque di mattina. I cittadini italiani possono entrare in Bosnia con la carta d’identita’.

 “Rada, Nermina, Zhinya”

Siamo in pieno Ramadan, ma c’e’ tempo per caffe’, dolci e sigaretta, secondo la migliore tradizione bosniaca, anche se il sole non e’ tramontato. RADA e NERMINA sono davanti la casa di ZIHNYA, una delle prime “ritornate” a Bratunac. A lei e a una donna serba, “ritornata” come lei, e’ toccato l’onore di tagliare il nastro dell’inaugurazione dell’impianto. Zihnya vive con la sorella del marito, scomparso nelle fosse comuni. La sua vicina e’ sola. “Questo e’ il paese delle vedove: 1080 capofamiglia donne. “Non c’e’ tempo per piangere. Bisogna andare avanti per noi e per i figli. Conservando la memoria, certo” (e sorride).

NUOVA ECOLOGIA – 6 giugno 2008 »